“Un giorno abbiamo visto arrivare della gente armata che ci ha detto di uscire dalla foresta. Eravamo terrorizzati e così ci siamo messi a correre senza sapere dove andare, e alcuni di noi sono scomparsi. Potrebbero essere morti o fuggiti da qualche parte che non conosciamo. Dopo lo sfratto, abbiamo tutti paura”... E’ questa, oggi, una delle tantissime voci disperate del popolo dei pigmei Batwa. Un genocidio silenzioso si sta consumando in Africa. Una morte lenta, che sta portando all’estinzione di uno dei più antichi popoli del Continente, quello dei Pigmei. Divisi tra le regioni forestali del Ruanda, Burundi, Camerun, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Guinea equatoriale, sono raggruppati in piccole comunità e si stima che il loro numero totale sia inferiore a 250 000 individui. Per tradizione i Pigmei sono cacciatori e raccoglitori e l’essenza della loro identità è tutta racchiusa nell’espressione “popolo della foresta”, che mette in luce l’importanza da essa rappresentata nella loro cultura, nella loro storia e nel loro sostentamento. Nel corso dei secoli, sono stati equiparati, per la loro bassa statura, alle scimmie e ad esseri deformi, creando una discriminazione etnica e un’accezione negativa dello stesso termine pigmeo. Agli inizi del Novecento, vestiti con pelli di antilope, vennero esposti in molti zoo americani come se fossero animali da circo o fenomeni da baraccone. Con la creazione dei Parchi Nazionali e con le concessioni per la deforestazione è iniziato il processo di allontanamento dei Pigmei dalla loro terra. Le eco-guardie hanno cacciato le tribù dal loro ambiente. I villaggi sono stati distrutti e i pigmei torturati, abusati e umiliati. Molti di loro sono stati relegati ai margini della foresta, esclusi da qualsiasi servizio sociale. Una condizione di totale degrado e abbandono che provoca la diffusione di malattie e la sedentarizzazione che li fa cadere vittime della depressione, facendoli rifugiare nell’alcool e spingendoli al suicidio.