Sicilia – Quasi una caccia tribale, dove la preda viene individuata e selezionata prima di essere catturata con un semplice arpione. Gesti rapidi e decisi di un’antica tecnica sofisticata e complessa, basata sull'avvistamento e sulla minuziosa conoscenza del comportamento dell’animale. Un prelievo selettivo che salvaguarda la conservazione della specie. Un’eterna lotta per la sopravvivenza tra l’uomo e l’animale dove i protagonisti mettono in gioco forza e abilità. Cantata da Omero e praticata fin dai tempi dei Fenici, la caccia al pesce spada identifica ancora oggi l’anima dei pescatori dello Stretto di Messina. La Feluca, tipica imbarcazione per la caccia al pesce spada. Una barca poco più lunga di 15 metri, fabbricata secondo le antiche tecniche delle costruzioni in legno. Ha una lunga passerella a prora, da dove il fiocinatore cattura la preda, e un’antenna centrale sulla cui cima c'è il centro del comando. L'Antenna è il posto dove si trovano il timone della Feluca posizionato ad un’altezza di oltre 30 metri, le marce e i pescatori addetti alle manovre e all'avvistamento. Sulla Feluca avviene il misterioso rito della “cardata da cruci”, ossia l’atto finale della battuta di caccia. La tradizione vuole che uno dei pescatori, tranne il lanzaturi, cioè colui che ha lanciato l’arpione, segni, con le unghie della mano, quattro croci vicino all’orecchio sinistro del pesce appena issato sulla barca. Un gesto augurale di prosperità oppure un riconoscimento “dell’onore delle armi” all’animale ucciso per il suo nobile valore di combattente. Il suo sguardo attento sorveglia il mare, lo scruta per capire quando è ora di procedere alle manovre per la cattura del pesce spada, manovre che avvengono grazie a 4 semplici leve, 2 che comandano la potenza dei motori e 2 per la direzione. La feluca e costruita in modo semplice e governata con semplici strumenti artigianali quindi la pesca avviene senza uso di tecnologia, uomo contro animale.